Mio articolo sulle foibe e sull'occupazione italiana in Slovenia durante la Seconda Guerra Mondiale;l'articolo è disponibile anche sul sito-giornale online SenzaTregua.
Numeri. I numeri sono uno dei mezzi più importanti sui quali si fonda
la storia. Il problema fondamentale è che numeri e cifre spesso sono utilizzati
non per raccontare la verità e per analizzarla scientificamente ma anche per
raccontare falsità sulle quali fondare idee che altrimenti non avrebbero alcun
fondamento con la realtà. Queste menzogne sono spesso considerate vere
dall’opinione pubblica se esse s’incastrano appieno con un sistema politico e
culturale dominante facendole diventare parte di un sistema di controllo e di
potere. Il 10 Febbraio in Italia viene celebrata la Giornata del Ricordo - una
celebrazione istituita nel 2004 dal Governo vigente di centrodestra con la
complicità ed il silenzio del centrosinistra – per ricordare le vittime italiane
e di origine italiana di Friuli Venezia Giulia, Istria e zone della Slovenia
uccise ed infoibate durante la fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945 da
presunte formazioni partigiane comuniste al comando del maresciallo Tito. Il
numero delle presunte vittime italiane varia in modo abbastanza variegato,
dipendente dal clima politico e dalla fantasia del parlatore di turno: a volte
trentamila, altre cinquantamila, settantamila ed alcuni si sbilanciano a
dichiarare centomila persone massacrate e gettati nelle foibe, anfratti e gole
delle coste della Dalmazia e del Carso; cifre che non hanno alcuna valenza
storica perché dalle ricerche e dai documenti non emerge nulla di tutto ciò.
Durante gli ultimi mesi di guerra vi furono aspri scontri tra l’esercito
italiano fascista della Repubblica Sociale e le formazioni partigiane del
Fronte di Liberazione al comando di Tito, jugoslavi che fin dal 1941 avevano
attuato un’aspra resistenza all’invasione ed all’occupazione nazifascista e che
nel corso della guerra avevano liberato quasi tutta la Jugoslavia. Le zone al
confine tra il Friuli con la Slovenia e la Croazia allora unite nella
Jugoslavia – in particolare Trieste, Gorizia e l’Istria – erano aspramente
contese fin dalla fine della Prima Guerra Mondiale perché ogni Paese
considerava quelle zone proprio territorio, dato che non c’era una nette
preponderanza né della nazionalità italiana né di quella croata o slovena. Nel
1941 il Regno d’Italia insieme a Germania ed Ungheria attaccò la Jugoslavia; in
quel momento la politica aggressiva fascista era al massimo con Mussolini che
desiderava realizzare una campagna di conquista a quella che Hitler stava
brillantemente realizzando in Europa e si può notare ciò da questa frase
pronunciata dal dittatore italiano: ”Di
fronte ad una razza inferiore e barbara come quella slava non si deve seguire
una politica che da lo zuccherino ma quella del bastone. I confini dell’Italia
devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano
sacrificare cinquecentomila slavi barbari a cinquantamila italiani.”
L’invasione italiana del 1941 portò alla creazione della Provincia di Lubiana
sottoposta al regime fascista e all’inizio la popolazione slovena iniziò una
minima collaborazione solo perché considerava il fascismo un male minore
rispetto al nazismo anche se l’obbiettivo finale era la liberazione del proprio
Paese a fianco delle forze alleate. Ma la nascita del Fronte di Liberazione
portò il regime fascista ad effettuare una durissima repressione contro la popolazione
d’origine slovena, anche quella che fin dal 1919 viveva dentro i confini del
Regno d’Italia: distruzioni di villaggi, fucilazioni, deportazioni in campi di
concentramento in Italia. Tra l’Aprile del 1941 e l’8 Settembre del 1943 su
circa trecentocinquantamila abitanti della Provincia di Lubiana sottomessa al
controllo fascista circa cinquemila persone vennero fucilate, alcune centinaia
bruciate vive ed altre settemila persone morirono nei campi di concentramento
su più di trentamila deportati; fu in quest’occasione che vennero utilizzate le
foibe per la prima volta, cioè da gerarchi e comandanti fascisti che
massacrarono non solo appartenenti alla formazioni partigiane slovene ma anche
civili per eliminare definitivamente qualunque forma di dissenso all’occupazione
italiana. Il regime fascista sostenne anche formazioni cattoliche e
nazional-conservatrici che si opponevano al lavoro che i gruppi partigiani
guidati dai comunisti sloveni stavano facendo, in modo che il timore di una
rivoluzione comunista schierasse la parte moderata e reazionaria della
popolazione slovena al fianco dell’occupazione italiana.Dopo l’8 Settembre 1943
e lo sfaldamento dell’organizzazione fascista molti italiani facenti parte
soprattutto della classe dirigente abbandonarono la Provincia di Lubiana,
venendo anche favoriti dalla popolazione locale mentre si verificarono in
Istria le prime foibe a danno di italiani; i motivi non furono per nulla etnici
ma gruppi sloveni e croati giustiziarono molte personalità che facevano parte o
avevano collaborato apertamente con l’occupazione fascista e le vittime sono
stimate in alcune decine. Ma con la successiva occupazione da parte delle
truppe naziste sostenute non solo da formazione fasciste italiane ma anche
croate(appartenenti alla formazione Ustascia), ripresero le violenze contro la
popolazione slovena e presero avvio anche le deportazioni di ebrei nei campi di
sterminio.
Anche nel Friuli Venezia Giulia cominciarono a nascere i primi gruppi
partigiani che successivamente si andranno ad organizzare ed unire nel Comitato
di Liberazione Nazionale ed i rapporti con le formazioni comuniste slovene
furono molto tormentate. Nonostante ci fosse grande unità riguardo alla lotta
all’occupazione nazifascista, il contrasto riguardo al destino che zone come
Trieste e l’Istria avrebbero avuto alla fine della guerra portò a parecchi
contrasti, soprattutto tra italiani e croati. La sorte di Trieste era
soprattutto fonte di diverbio: per i comunisti jugoslavi la città doveva
costituire un baluardo contro il capitalismo e base per una futura espansione
ad Occidente della rivoluzione comunista; il Pci e tutto il resto del Cln si
opponevano fortemente a questa soluzione e ritenevano che Trieste sarebbe
dovuta rimanere in territorio italiano. Alla fine dell’Aprile del 1945 la
doppia insurrezione italiana e slovena e l’entrata nei territori giuliani di
armate jugoslave portò all’emergere di due sentimenti contrastanti nella
popolazione di quest’area: gli italiani e gli sloveni favorevoli all’entrata
nella Jugoslavia furono molto contenti perché consideravano questo fatto come
una doppia liberazione da due domini, da quello fascista e da quello italiano;
coloro che erano contrari considerarono questo fatto come una grande invasione
durante le quali italiani ma anche sloveni subirono una serie di violenze.
Queste violenze da parte delle formazioni partigiane jugoslave vennero attuate
come regolamento di conti verso dirigenti, soldati, membri della polizia al
soldo del regime fascista che avevano occupato e soggiogato la Slovenia.
Secondo i dati ufficiali, circa cinquecento persone nella zona di Gorizia e
mille in quella di Trieste vennero uccise e di queste solo una minima parte
venne ”infoibata”, numeri che si aggirano ad alcune decine di persone.
Quello che è accaduto in queste zone alla fine della guerra non è
diverso da quello successo nel resto d’Italia, quando l’insurrezione partigiana
portò all’eliminazione di molti capi e gerarchi fascisti, agenti di polizia,
combattenti repubblichini che avevano apertamente sostenuto il regime fascista
e la Repubblica Sociale e che quindi vennero eliminati come forma di
liberazione dopo oltre vent’anni di dittatura. Non vennero commessi massacri di
alcun tipo e la popolazione civile indifesa come donne e bambini venne completamente
lasciata stare, poiché le uccisioni furono molto limitate e si mantennero
all’interno delle comuni logiche di guerra. Riguardo alle uccisioni effettuate
dalla formazioni jugoslave il numero si può ricondurre entro le duemila,
massimo tremila unità; numeri certo elevati ma che sono da considerarsi minimi
se paragonati alla devastazione che la popolazione slovena ha dovuto subire
sotto l’occupazione prima fascista e poi nazifascista.
Questi fatti dovrebbero essere portati alla luce in modo chiaro perché
da qualche anno in Italia è rinato un potente nazionalismo ed un forte senso di
rivalsa verso la popolazione slava – in particolare quella croata e slovena –
la quale viene accusata come ho detto sopra di aver commesso brutali crimini
perpetrati solo per ragioni etniche contro la popolazione italiana alla fine
della Seconda Guerra Mondiale. Queste accuse infamanti devono essere rigettate
dal popolo italiano perché non si può permettere che in un momento di crisi
generale come quella attuale nascano delle tensioni con altri Paesi, formati da
popoli che stanno subendo come noi la crisi e quindi si trovano nella nostra
stessa situazione; non si può accettare che il Paese provi ad influenzare la
mente del popolo in un momento tanto difficile in modo da consegnargli su d’un
piatto d’argento un colpevole. Italiani, sloveni e croati devono unirsi nel
gridare il loro disappunto e disprezzo contro ogni politica o evento di stampo
nazionalistico ma bisogna che ci s’unisca perché la crisi strutturale del
capitalismo attuale può e dev’essere combattuta con l’unità tra i popoli e non
con vecchi egoismi ed idee marce che servono solo ad aizzare l’odio tra i
diversi Paesi.